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Compromissum e modalità negoziali di soluzione delle controversie nell’esperienza processuale romana antica e classica

L’esperienza attuale porta sempre più spesso all’attenzione del giurista i molti casi in cui modalità non autoritative di soluzione dei conflitti risultano preferite rispetto al ricorso alla giurisdizione statuale. Obbiettivo della presente ricerca è lo studio in prospettiva diacronica degli strumenti anche negoziali dell’esperienza giuridica romana antica e classica volti alla soluzione delle liti tra privati. In particolare, innanzitutto, tenendo conto delle interazioni tra società, economia e diritto, si studierà il modello detto compromissum, ampiamente attestato anche da fonti epigrafiche, al quale facevano ricorso le famiglie più potenti (con la loro vasta catena di clientes e di alleanze) specialmente nell’età repubblicana e nel principato, per risolvere le controversie economicamente più importanti, attraverso una speciale applicazione della stipulatio poenae, volta all’instaurazione di un giudizio arbitrale. In secondo luogo, attraverso il raffronto tra compromissum e costruzioni simili coeve o precedenti (ad esempio, l’ancòra oggi discussa struttura dell’ actio pecuniae traiecticiae; le applicazioni dell’agere per sponsionem) si indagheranno i punti intorno ai quali ruotavano le costruzioni dei giuristi romani, ossia la portata delle stipulationes compromissi -quindi, il compromesso come causa negoziale tipica, e non come forma-; l’opponibilità dell’exceptio pacti ex compromesso –analizzata dai giuristi nel senso di vedere se attraverso la stipulatio potesse assumersi, invece dell’obbligazione alla penale, quella, in faciendo, di adempiere alla sentenza arbitrale ed agli obblighi di natura procedurale precedenti. Infine, si procederà all’analisi complessiva di un sistema processuale di cognizione in cui un ruolo fondamentale spetta, da una parte, all’ampio ricorso alle garanzie processuali e, dall’altra parte, alla struttura delle formule arbitrarie e al principio “omnia iudicia absolutoria esse”, in un quadro in cui le modalità transattive di soluzione delle controversie risultano ricercate e costantemente favorite, sia per prevenire il ricorso in giudizio, sia per arrestare l’iter e impedire una condanna, a procedimento iniziato. Tale indagine, che dal punto di vista romanistico può contare su molti contributi dottrinari recenti apre una interessante via ermeneutica, anche dal punto di vista della elaborazione degli strumenti giuridici che la pratica processuale oggi sollecita.