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I congedi di maternità, paternità e parentali in italia e in Europa

La realtà dei nuclei genitoriali interpella molteplici settori del sapere. Questo fenomeno coinvolge insieme la sociologia, la filosofia, la psicologia, ma interessa soprattutto il diritto. Varie sono infatti le leggi nelle quali i concetti di famiglia e genitorialità entrano in gioco. In particolare per ciò che concerne il diritto del lavoro, atteso che in questa materia il legislatore, ha, nel tempo, stratificato una pluralità di interventi normativi. Sotto questo profilo, va citato il passaggio dalla l. n. 1204 del 1971, sulla tutela delle lavoratrici madri, alla successiva l. n. 903 del 1977, sulla parità di trattamento tra donne e uomini, a sua volta superata dall’entrata in vigore della l. n. 53 del 2000, e dal d.lgs. n. 151 del 2001 (Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela a sostegno della maternità e della paternità), con il quale il Governo ha provveduto ad un’opera di riordino e riorganizzazione della previgente disciplina in materia, dando atto, al contempo delle innovazioni e abrogazioni già intervenute.

Gli elementi essenziali della disciplina del 2001 consistono nel riconoscimento di un’astensione obbligatoria nei confronti della madre, denominata congedo di maternità, nonché del padre, denominata congedo di paternità, e di un successivo periodo di astensione a titolo di congedo parentale nei confronti di entrambi i genitori. Quanto alla prima tipologia di congedi, il testo di legge conferma l’astensione prevista dalla legge del ‘71 per la madre nei due mesi precedenti e nei tre mesi tre successivi al parto (v. art. 16 d.lgs. n. 151/2001), aggiungendo però un elemento di flessibilità: la madre può infatti posticipare l’astensione dal lavoro, iniziandola un mese prima della data presunta e facendola continuare sino a tutto il quarto mese successivo (v. art. 20 v. art. 16 d.lgs. n. 151/2001). Come anticipato, anche il padre è titolare del diritto all’astensione obbligatoria, per la durata di tre mesi successivi al parto o per la parte residua che sarebbe spettata alla madre, ma solo al verificarsi di alcune condizioni e cioè nel caso sia intervenuta la morte o una grave infermità della madre, ovvero nel caso di abbandono, nonché di affidamento esclusivo del bambino al padre (v. art. 28 d.lgs. n. 151 del 2001). La legge inoltre disciplina il riconoscimento dei congedi parentali. Essa infatti, a seguito della l. n. 53 del 2000, a sua volta attuativa della direttiva 96/34/UE, introduce, in funzione di una più paritaria distribuzione dell’esercizio della funzione genitoriale, la garanzia del diritto non solo alle madri, ma anche ai padri di usufruire iure proprio di periodi di astensione facoltativa dal lavoro, continuativi o frazionati, fino a un massimo di sei mesi ciascuno e dieci mesi insieme, per prendersi cura del figlio durante i suoi primi otto anni di vita (v. art. 32 t.u.). Titolari di tutti questi congedi sono, infine, i genitori legati da un rapporto giuridico con il minore e, dunque, quelli biologici, nonché quelli adottivi e affidatari, rispetto ai quali la disciplina sopra richiamata muta infatti solo in relazione al periodo e/o alla decorrenza di fruizione dell’astensione (v. artt. 26, 36 e 37 t.u.). Alla luce di questa disciplina appare evidente come uno degli aspetti più problematici posto dalle diverse figure genitoriali sia costituito dal diverso trattamento giuridico riconosciuto al padre. Tolta l’ipotesi dei congedi parentali, madri e padri continuano infatti ad avere una posizione diseguale. Così, per quanto concerne il congedo di paternità del quale, come si è sopra detto, i padri possono usufruire ma solo al verificarsi di determinate ipotesi, ovvero in caso di assenza della madre. Differenze di trattamento sotto il profilo della richiamata disciplina, e a conferma di un ancora imperfetto disegno paritario contenuto nel d.lgs. n. 151 del 2001, sono peraltro sia quelle che concernono il tipo contrattuale nel quale la prestazione lavorativa viene dedotta. In proposito si è sottolineato come la legislazione italiana si caratterizzi per un’evidente disparità di trattamento tra il padre occupato con un rapporto di lavoro subordinato rispetto al padre lavoratore con rapporto di lavoro autonomo. Tale disparità, peraltro, si rintraccia anche per la madre. Il d.lgs. n. 151 infatti appresta forme di protezione in parte diverse per la madre lavoratrice autonoma anche collaboratrice coordinata e continuativa e a progetto, nonché per la libera professionista, e la lavoratrice dipendente. E invero, i congedi di cui al d.lgs. n. 151 del 2001, giova ora specificare, sono pensati all’interno del rapporto di lavoro dipendente, al di fuori del quale, la tutela è ammessa in forme assai limitate.

Ebbene, sono tutti, questi, temi e problemi sui quali i legislatori di diversi Paesi europei hanno cercato di dare una risposta. Analoga tendenza è quella che, peraltro, si riscontra nel nostro Paese. In proposito, vi è chi, ad esempio, ha suggerito, per quanto concerne la figura del padre, l’introduzione di un istituto del tutto innovativo rispetto all’ordinamento vigente, volto ad incidere anche sul piano culturale della percezione e considerazione sociale della paternità. Si tratta, su impulso di altre esperienze giuridiche nazionali, del «congedo di paternità esclusivo e obbligatorio», della durata di dieci giorni, riservato ad ogni lavoratore padre, da fruire necessariamente entro tre mesi dalla nascita del figlio; sotto il secondo profilo, ovverosia per quanto riguarda il trattamento normativo riservato al lavoro dipendente in rapporto a quello autonomo, l’introduzione di un nuovo e specifico incentivo fiscale in favore di tutte le donne con figli – dipendenti, autonome, lavoratrici con contratti cosiddetti atipici – nella forma di una detrazione IRPEF aggiuntiva; ciò in particolare a tutela dell’occupazione femminile, a titolo di sostegno alle spese sostenute per il pagamento di rette relative alla frequenza degli asili nido e per servizi di assistenza familiare e cura di minori.

Premesso quanto sin qui detto, oggetto della ricerca consisterà nella ricognizione e analisi della normativa italiana ed europea in materia di congedi di maternità, paternità e parentali. Ciò allo scopo di verificare l’esistenza di soluzioni legislative volte al riconoscimento del ruolo della madre e del padre (biologici, adottivi e affidatari), in particolare nel momento in cui questi svolgono attività di lavoro autonomo. Sotto questo profilo una particolare attenzione sarà dedicata alle esperienze giuridiche francese, spagnola e inglese, ma anche a all’attività legislativa dell’Unione europea. A questo proposito, il riferimento è anzitutto alla direttiva 2010/18/UE, nonché alla recente Risoluzione sulla proposta di direttiva del Parlamento e del Consiglio UE recante modifica della direttiva n. 92/85 concernente l’attuazione di misure volte a promuovere il miglioramento della sicurezza e della salute sul lavoro delle lavoratrici gestanti. Oggetto della ricerca riguarderà, infine, il ruolo dell’autonomia negoziale collettiva nei diversi ordinamenti nazionali. Un utile stimolo alla produzione di contenuti sulle questioni in oggetto è, infatti, quello che potrebbe discendere, dalla contrattazione collettiva, tradizionalmente chiamata su questi temi (ma non solo) a innalzare e integrare i livelli di trattamento stabiliti per legge.