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La tutela cautelare nel processo tributario, con particolare riguardo ai gradi successvi al primo

Per il processo tributario, la possibilità di parlare concretamente di tutela cautelare dopo il primo grado di giudizio rappresenta una novità, dovuta ad una recente “apertura” della Corte costituzionale. Fino a qualche mese fa, infatti, ossia fino al deposito della sentenza 17 giugno 2010, n. 217, l’orientamento prevalente, nonostante ripetuti tentativi giurisprudenziali e dottrinali in senso contrario, era nella direzione di circoscrivere ai giudizi pendenti dinanzi alla CTP la possibilità di ottenere la sospensione amministrativa dell’atto impugnato.

Nell’art. 47 D.Lgs. n. 546/1992 -che insieme all’art. 47 bis e 48 costituisce il capo II (i procedimenti cautelare e conciliativo) del Titolo II (il processo) del decreto-è previsto che “Il ricorrente, se dall’atto impugnato può derivargli un danno grave e irreparabile, può chiedere alla commissione provinciale competente la sospensione dell’esecuzione dell’atto stesso con istanza motivata proposta nel ricorso o con atto separato notificata alle altre parti e depositato in segreteria sempre che siano osservate le disposizioni di cui all’art. 22”.

Come si vede, in apertura della norma vi sono due sintagmi che hanno legittimato, attraverso una lettura restrittiva della norma stessa, da un lato, di limitare ad alcuni atti la possibilità di fruire della tutela cautelare (in sintesi alcune commissioni rigettavano aproristicamente le istanze di sospensione nei confronti degli avvisi di accertamento in quanto atti non esecutivi) e, dall’altro lato, di limitare l’istituto al primo grado di giudizio.

La Corte costituzionale, che ha sempre negato sia l’esistenza di un qualunque potere cautelare nei giudizi di gravame, sia l’incostituzionalità della sua mancata previsione. la questione sembrava, sotto il profilo del diritto interno, approdata ad un binario morto.

Negli anni dal 2001 in poi, infatti si è susseguita una serie di sentenze della Corte costituzionale tutte in direzione del “salvataggio” dell’art. 47 e della affermazione del divieto di tutela cautelare oltre il primo grado di giudizio, Con la sentenza 17 giugno 2010, n. 217, nella quale la Corte costituizionale, pur dichiarando inamissibile, nel caso di specie, la quiestione di legittimità costituzionale sollevata dalla Commissione tributaria regionale della Campania, si sofferma sul tema della ammissibilità della tutela cautelare oltre il primo grado di giudizio manifestando, sia pure per inciso, un’apertura nella direzione dell’ammissibilità.

Il fulcro della sentenza si individua nell’analisi del rapporto intercorrente tra decreto sul processo e c.p.c., ossia nella portata da attribuire al disposto contenuto nell’art. 49, comma 1, secondo cui “Alle impugnazioni delle sentenze delle commissioni tributarie si applicano le disposizioni del titolo III, capo I, del libro II del codice di procedura civile, escluso l’art. 337 e fatto salvo quanto disposto nel precedente decreto.

La chiave di volta, in particolare è stata individuata nella constatazione per cui, il comma 1 dell’art. 49 del d.lgs. n. 546 del 1992 se non consente l’applicazione dell’art. 373, non comporta necessariamente l’inapplicabilità al processo tributario anche delle sopraindicate “eccezioni” alla regola e, quindi, non esclude di per sé la sospendibilità ope iudicis dell’esecuzione della sentenza di appello impugnata per cassazione.

La presente ricerca ha l’obiettivo di esaminare i riflessi sul processo e sulla tutela della posizione soggettiva e degli interessi poatrimoniali del contribiente durante la pendenza del processo medesimo. L’apertura della Corte costituzionale, infatti, non solo apre scenari favorevoli per ottenere la sospensione nei gradi di giudizio successivi al primo, ma costituisce la manifestazione di un trend di tutela del contribuente.